Carissimi amici avevo promesso che vi avrei tenuto informati durante la mia partecipazione alla Prima Conferenza Mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici e i Diritti della Madre Terra (www.cmpcc.org), che si è svolta dal 19 al 22 aprile a Cochabamba, in Bolivia.
Purtroppo però, l’intensità del programma e gli scarsi mezzi informatici a mia disposizione in quei giorni non mi hanno permesso di tener fede alla promessa.
La numerosità delle iniziative, inoltre, e la molteplicità degli aspetti affrontati[1] non erano facilmente sintetizzabili in poche righe, a causa anche di alcuni aspetti contraddittori che cercherò di spiegare qui di seguito.
Premetto che questo mio resoconto potrà apparire contraddittorio con quanto riportato dagli organi di stampa internazionali (anche italiani, come segnalato nella rassegna stampa nel post successivo), almeno da quelli che hanno dedicato un po’ di spazio all’evento…e soprattutto da quanto riportato nei commenti dei vari Leonardo Boff, Frei Betto, Naomi Klein…tutti presenti e con i quali sento – almeno in principio – una comunanza di idee e visione.
Ritengo infatti che quella che si è tenuta a Tiquipaya (quartiere periferico di Cochabamba) non sia stata propriamente una conferenza “dei popoli” nella quale discutere sui cambiamenti climatici e sulle possibili soluzioni attuabili per arginarli, quanto – piuttosto – un gran contenitore mediatico/propagandistico che ha permesso al Governo boliviano, e ai suoi vari alleati politici latinoamericani (Venezuela, Cuba, Nicaragua in primis) di lanciare l’ennesima invettiva contro il capitalismo e il neoliberismo occidentali, visti come causa principale dei cambiamenti climatici, senza però elaborare una proposta costruttiva e percorribile per arginare concretamente le conseguenze dell’effetto serra.
E’ - ovviamente - indiscutibile che le maggiori responsabilità nel riscaldamento globale siano da attribuirsi all’industrializzazione selvaggia e al modello di sviluppo occidentali; così come è purtroppo innegabile che i primi a soffrirne le conseguenze siano i popoli indigeni e rurali dei paesi meno sviluppati... Però, forse, questa poteva essere l’occasione non solo per rincarare la dose di accuse e rivendicazioni (plausibili), ma anche per mettere sul tavolo proposte concrete e condivisibili anche dai “paesi occidentali”, senza la collaborazione dei quali, ogni “grido indigeno” (o indigenista[2] sarà comunque inutile. E le proposte non possono limitarsi ad un approccio “punitivo” con la richiesta economica di “risarcimento danni climatici” o con l’istituzione di un Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica e Ambientale (come emerge dalla Dichiarazione finale partorita dalla sintesi dei lavori dei gruppi paralleli), magari disconosciuto proprio dagli stati "inquinatori".
Proposte del genere sono purtroppo incompatibili con gli strumenti finora proposti dalle varie commissioni del UN-IPCC (il gruppo intergovernamentale di esperti che da anni lavora alle politiche di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico) e del UN-FCCC (la convenzione quadro sui cambiamenti climatici). Certo, può essere che il paradigma scientifico debba essere completamente rivisto e rifondato, ma in una situazione di emergenza, come quella attuale, forse sarebbe più opportuno riconoscere che siamo tutti corresponsabili (in misura diversa, certo) di un comune destino e che le possibili soluzioni potranno solo arrivare dal dialogo e dalla fiducia nelle proposte più condivise. Puntare ai sacrosanti principi di “Diritti della Madre Terra”, “Sovranità alimentare”, “Buen vivir”… senza intervenire sul modello di sviluppo e senza fornire strumenti concreti per invertire il trend delle emissioni, e del conseguente riscaldamento globale, mi sembra dispersivo e poco recepibile da altri paesi delle UN in questo momento…tanto meno dagli USA[3].
Senza dubbio l’evento ha permesso a circa 30.000 persone (di cui 10.000 provenienti da circa 140 paesi, per lo più da Argentina, Ecuador, Venezuela…ma anche U.S.A., Mexico, Spagna, ecc.) di incontrarsi e confrontarsi su come siano visti e vissuti i cambiamenti climatici. In particolare lo hanno potuto raccontare i popoli indigeni e contadini dei paesi più poveri, maggiormente legati alla terra e alla sua fertilità alterata dalle variazioni delle precipitazioni e delle ondate di siccità. Le conferenze autogestite e i tavoli di lavoro tematici (che avevano già avviato la discussione in maniera virtuale, un mese prima dell’incontro) hanno permesso di confrontarsi sulle opinioni e le proposte reciproche… però mi è sembrato che molto spesso le conclusioni fossero già state scritte e che ogni obiezione che tentasse di recuperare idee e proposte provenienti dal mondo scientifico occidentale venisse rigettata a priori. E’ vero che, nonostante le obbligazioni del Protocollo di Kyoto, le emissioni di gas-serra dal
Il ruolo di Evo Morales, e del suo Governo, sono risultati di certo fondamentali per l’organizzazione di un evento di tali dimensioni, ma la loro “presenza” all’interno del campus universitario[4] che ha ospitato gran parte degli eventi, era sproporzionatamente imponente: con tanto di stand espositivi per ogni ministero e vice-ministero (incluso, ovviamente, quello per la coltivazione tradizionale della foglia di coca), con enfasi straordinaria alle forze armate e alla difesa, coinvolte anche loro – a quanto pare – nelle discussioni sui cambiamenti climatici. Non era sempre facile distinguere tra gli stand (e i seminari) di matrice governativa e quelli gestiti dalle organizzazioni della società civile boliviana o straniera.
A questo proposito, un aspetto da non sottovalutare è quello che Morales stesso non ha permesso che alla Conferenza partecipassero ed esprimessero le proprie rivendicazioni alcuni organizzazioni indigene boliviane che in questi mesi stanno rivendicando - proprio al loro Governo – il diritto ad esprimersi attivamente sull’opportunità o meno di realizzare nuovi impianti estrattivi (di gas, di petrolio o, nel Salar de Uyuni, di litio…il nuovo “oro bianco” della Bolivia) e nuove infrastrutture che modificherebbero in maniera irreversibile il loro ambiente di vita… A detta di Morales, i “problemi interni” non avrebbero dovuto essere discussi in un evento internazionale…
Per fortuna, tali organizzazioni non si sono arrese e hanno organizzato la “Mesa
Infine, decisamente “nauseante” è risultato il tono populista dello stesso Morales, ma anche di Chavez e altri “compagni”, nel corso degli eventi inaugurali e soprattutto in quello finale (nello stadio principale della città). In tali occasioni, il tema climatico è passato questi in secondo piano, per lasciare spazio alle invettive contro il modello capitalista-neoliberista occidentale e all’esaltazione del rinato socialismo latinoamericano che - dopo i "primi" passi mossi da Bolivar, Lienin, Castro e Che Guevara – sta tornando a «salvare il mondo dall’autodistruzione»…
Al di là della analisi storico-politica, mi è sembrato politicamente miope che si sia utilizzato un evento di portata internazionale per rivendicare certe posizioni di distanza e contrapposizione verso gran parte del resto del mondo. In particolare, ritengo di profonda gravità i fischi e le critiche sollevate da gran parte dei presenti nei confronti della Rappresentante delle Nazioni Unite per il Latinoamerica, invitata e intervenuta nel corso dell’evento inaugurale. Come lei ha giustamente fatto notare, è doveroso ascoltare ciascuno con rispetto, tanto più se invitato… E’ deprecabile che il presidente Morales non abbia poi speso nemmeno una parola per scusarsi con la diplomatica, a nome dei presenti. Morales ora è un capo di Stato…non più il capo dell’opposizione[6].
Per concludere, credo che nonostante alcune buone considerazioni e proposte di massima emerse dai tavoli di lavoro (recuperabili dai rispettivi link della pagina del sito ufficiale) e riassunte nella Dichiarazione finale, sia stata sprecata un’occasione di portata internazionale per far emergere la voce positiva dei popoli indigeni, e dei paesi più poveri, nei confronti dei cambiamenti climatici e degli impegni che è necessario assumere.
Pur se condivisibile nei principi, l’impostazione critica e l’influenza governativa nei lavori e delle dichiarazioni della Conferenza rendono ogni risultato e proposta poco “ascoltabili” agli orecchi “delicati e prevenuti” dei più potenti della terra che – forse – anche a Cancun[7] tenteranno di far prevalere le proprie posizioni cautelative e conservative di fronte ai sacrifici economici e di "crescita" richiesti dalle azioni di contenimento dei cambiamenti climatici.
Spero - ovviamente - di sbagliarmi e mi auguro che, nonostante tutto, l’evento boliviano possa essere il primo passo verso una maggiore partecipazione (e soprattutto un maggiore ascolto) ai dibattiti internazionali da parte delle popolazioni indigene e dei paesi “che contano meno” .
Vi lascio qualche foto http://picasaweb.google.com/diego.florian/Bolivia_Cochabamba_2010?authkey=Gv1sRgCMeDouqp_o6otwE&feat=directlink
NOTA A MARGINE
A parziale rivalutazione dell’efficacia della Conferenza e della possibilità di dibattito delle proposte in sede internazionale, va segnalato che nei giorni successivi all’evento è stato redatto un documento da presentare al gruppo di lavoro specifico sulle “long term cooperative actions” (azioni coordinate di lungo termine) all’interno della prossima COP16 di Cancun.
Il documento riprende e sviluppa ulteriormente i contenuti della Dichiarazione finale
1 Ricordo che erano stati organizzati 17 gruppi di lavoro (mesas) paralleli riguardanti altrettante tematiche legate alle questioni climatiche, ai diritti della Natura e dei popoli indigeni.
2 Per “indigenista” intendo chi si occupa – per lavoro, passione o empatia – dei popoli indigeni e della difesa dei loro diritti…col rischio però di idealizzare la figura “indigena” e giustificare ogni sua affermazione come se fosse visione o espressione diretta dei popoli indigeni.
3 Unico paese ricco a non aver sottoscritto e ratificato il Protocollo di Kyoto, considerato anche dalla Conferenza di Cochabamba lo strumento chiave per obbligare gli stati a ridurre le emissioni di gas-serra.
4 Stranamente si è trattato del campus della “Universidad del Valle” (Univalle), certo la più moderna e organizzata di Cochabamba, ma pur sempre privata.
5 Il documento è scaricabile, sottoforma di 5 immagini, dal sito http://www.acochabambamevoy.org/public/wordpress/wp-content/uploads/2010/07_mesa18/mesa18.zip
6 Certo, non spetta a noi italiani fare prediche su come si dovrebbe comportare un capo di governo…
7 Mexico, sede della prossima Conferenza delle Parti (COP-16) per discutere del “dopo Kyoto” in scadenza nel 2012

2 commenti:
letto... e twittato!
ciao
Marco T
http://taffi.it
Caro Diego, concordo con la tua analisi. Anche se devo dire che il populismo e il caudillismo tendono purtroppo a nascondere le buone intenzioni, soprattutto per chi come noi europei è abituato ad un certo modo di fare politica (beh, italiani esclusi, e mi allaccio, concordando, alla tua nota n.6). Scremando il tutto dalla sfarzosità, il lavoro fatto mi sembra che resti comunque buono e, chiaramente, in parte utopico.
Per la mesa 18 invece sono rimasto deluso dal documento finale, poco incisivo e generico: viste le premesse mi aspettavo qualcosa di super-sovversivo, invece niente di tutto ciò, tutti i punti citati bene o male credo che si possano incontrare nei documenti degli altri gruppi di lavoro.
Giacomo
Posta un commento