lunedì 21 luglio 2008

A volte ritornano...

Chimoio, 17 luglio 2008

Carissimi, ben ritrovati! Qualcuno pensava che fossi scomparso inghiottito da un leone o dai cattivissimi ippopotami (si dice sia l’animale più pericolo per l’uomo)?! …Beh, non ancora (anche se mi sono ritrovato a lavorare in un distretto in cui un leone, ormai ferito da vari anni, gironzolava di comunità in comunità in cerca di qualche gallina facilmente catturabile…), ma è davvero imperdonabile il ritardo con cui mi rifaccio “vivo”!!

Vabbè, almeno il silenzio è stato dovuto alle varie attività in cui sono stato coinvolto in questi ultimi mesi, e non certo alla noia! Poi sono arrivate anche le 2 settimane di ferie (ad inizio Luglio) durante le quali sono venuti a trovarmi i miei genitori, e quindi il tempo libero (giustamente!) è stato ancora meno…

Cercherò di farvi un piccolo riassunto degli avvenimenti più importanti di questi ultimi mesi, evidenziando qualche aneddoto interessante…

Come credo aver avuto già modo di dirvi, da inizio maggio mi trovo a Chimoio, una cittadina (capoluogo della provincia di Manica) situata al centro del paese, lungo la strada che da Beira (sulla costa) porta verso lo Zimbabwe, che da qui dista meno di 100 km.

Mi sono trasferito per poter seguire più da vicino le attività dei progetti FAO legati alla gestione comunitaria delle risorse naturali (faunistiche e forestali) e rinforzare un po’ la presenza al fianco dei tecnici ministeriali dell’assistenza agraria (qui chiamati “estensionisti”) per il progetto in cui già ero stato coinvolto a Maputo (che è implementato anche in alcuni distretti di questa provincia).

Il trasferimento non è stato facile né immediato, soprattutto per gli aspetti logistici, ma la fortuna mi aiutato un po’ e ho trovato un’accogliente casetta dopo qualche giorno di ricerca, grazie all’intuito di un collega che aveva visto il cartello esposto dal proprietario solo da pochi giorni…infatti, straordinariamente, Chimoio sta diventando una meta sempre più richiesta, soprattutto dagli zimbabwiani (boeri bianchi o africani “originari”) in fuga dai disordini e dall’instabilità socio-economia legati alle incerte elezioni che si protraggono ormai da qualche mese, a causa della cocciuta volontà di Mugabe di non lasciare il potere (dopo oltre 30 anni di presidenza!).

A parte questo, Chimoio rimane una cittadina tranquilla e accogliente, circondata da un paesaggio piuttosto verde (ma che poco più a nord diventa subito secco, soprattutto in questo periodo) e da qualche rilievo (a poche centinaia di km ci sono i famosi monti Chimanimani che separano il Mozambico dallo Zimbabwe e il monte Binga, il più alto del paese…) che rende la regione piuttosto attraente dal punto di vista turistico.

L’ambiente di lavoro è molto più piccolo e famigliare rispetto a quello di Maputo, ma molto più stimolante – almeno per me – soprattutto per le possibilità più frequenti di andare sul campo e conoscere le comunità per cui si lavora.

E proprio stando qui (come già raccontavo a qualcuno) ho potuto partecipare all’interessante esperienza di censimento e visita delle comunità rurali presenti in un vasto (qualche decina di migliaia di ettari) territorio di savana (con aree di foresta più fitta lungo i versanti di alcune montagne) utilizzato – fin dall’epoca coloniale – a coutada (cioè a riserva di caccia che i portoghesi gestivano sia per la caccia sportiva che commerciale). Tali aeree di riserva non sono mai state revocate dopo l’indipendenza del Mozambico (1976), ma i successivi anni di guerra interna fra FRELIMO e RENAMO[1] (qui detta “guerra di destabilizzazione”) ne hanno profondamente mutato l’assetto e l’utilizzo, visto che molte popolazioni in fuga si sono rifugiate in queste aree che, oltre a fornire un minimo di protezione, offrivano anche qualche animale cacciabile per la sussistenza. Probabilmente alcune comunità erano già presenti anche durante l’epoca coloniale (anzi, senza dubbio!) ma questo non sempre è riportato sulle mappe geografiche dell’epoca coloniale…

Di fatto, le aree di coutada non sono mai sparite dal patrimonio nazionale del Mozambico ed è per questo che da qualche anno vari operatori, per lo più stranieri, stanno richiedendo al Governo di avere in concessione tali aree per poterle sfruttare a fini di attività turistico-venatoria, ospitando i turisti (per lo più statunitensi, ma anche portoghesi, spagnoli e bianchi sudafricani) disposti a pagare qualche migliaia di $ per un trofeo di antilope, gazzella, elefante o facocero… Il Governo (ed in particolare il ministero del turismo, responsabile dell’assegnazione di tali aree) riceve con favore l’interesse di tali operatori che però, almeno inizialmente, non avevano fatto i conti con le popolazioni presenti sulle superfici e ai loro diritti di possesso della terra (anche questi regolati dalla legge mozambicana che decreta in 10 anni di presenza su un determinato territorio il tempo minimo necessario per ottenerne il possesso). Onde evitare il sorgere di eventuali conflitti con le comunità locali (che di fatto da anni si dedicano alla caccia di frodo, all’apertura di aree coltivabili e all’incendio delle stesse aree per la fertilizzazione annuale o per cacciare i topi nei periodi di siccità e scarsità delle scorte alimentari, tra settembre e dicembre) gli operatori sono disposti a corrispondere ad ogni villaggio una somma in denaro derivante dal premio che ogni turista paga in base al numero e specie di animale catturato, purché i contadini si impegnino a non aprire nuove aree coltivabili, a non bruciare o cacciare, nelle zone di ripopolamento o di caccia esclusiva. Questa specie di indennizzo si somma a quello riconosciuto dallo stesso Governo che destina alle comunità locali il 20% della tassa di concessione che esige all’operatore della coutada.

Affinché tutto ciò avvenga con equità ed efficienza è necessario che le comunità vengano identificate, censite e messe in relazione con l’operatore e gli organi di governo locali. Tale lavoro risulta piuttosto dispendioso in termini di tempo e fondi e per questo l’operatore (e le istituzioni governative) si sono rivolti alla FAO affinché accompagnasse i servizi tecnici locali (turismo, agricoltura e foreste, geografia, ecc.) nello svolgimento di tale indagine.

Io ho potuto partecipare ad una di queste missioni in indagine sul campo durante la quale, oltre che ad identificare e registrare le comunità, dovevamo anche verificare gli effettivi limiti della coutada e investigare la presenza, o meno, di animali di grossa taglia al suo interno (attraverso interviste agli stessi componenti delle comunità o ad autorità locali). E’ stata una bellissima occasione di “immersione” nel mondo rurale di questa parte del Mozambico, passando di comunità in comunità con la nostra equipe tecnica e l’accompagnamento di alcuni leader comunitari che ci aiutavano con le traduzioni in lingua locale (il chi-sena) e l’interpretazione degli aneddoti che ci venivano raccontati. Chiedevamo ad ogni comunità di rappresentare su un grande foglio di carta la mappa del proprio villaggio, indicandone i confini naturali e gli elementi naturalistici o infrastrutturali (montagne e foreste più o meno sacre, ruscelli ed altre fonti d’acqua, scuole o altri edifici permanenti) che ne testimoniassero la presenza sul territorio da lungo tempo e – al contempo – la presenza di elementi naturalistici che potessero favorire il ritorno o il transito della fauna cacciabile (purtroppo al momento le specie più appetite risultano fortemente decimate dagli anni di guerra, di bracconaggio e dall’aumento della presenza antropica). Normalmente lavoravamo separatamente con gruppi di donne e uomini, confrontando poi le rappresentazioni ottenute. Tale esercizio, oltre a permettere un auto-apprendimento delle comunità sull’entità del territorio cui vivono permetteva anche di evidenziare anche alcuni conflitti esistenti all’interno delle stesse comunità o con le comunità vicine. Era l’occasione per le donne di rivendicare alcuni diritti come il facile accesso alle fonti d’acqua (possibile attraverso il mantenimento delle minime infrastrutture o dei sentieri da parte degli uomini) o alle infrastrutture (come il mulino a motore che, quando rotto, gli uomini non sempre avevano interesse a riparare). Infine, le riunioni permettevano di spiegare le necessità di gestione dell’operatore e i benefici derivabili da una aperta collaborazione con lo stesso, piuttosto che contrastarne la presenza col bracconaggio o l’incendio incontrollato delle aree di savana…

Per noi, ed in particolare per me, invece è stata l’occasione per “immergerci” completamente in queste realtà fuori dal tempo e dallo spazio lontane non solo dal mondo occidentale, ma anche dal mondo mozambicana delle città o dei grossi centri abitati (e lontanissime anche fra di loro, raggiungibili solo dopo diverse ore di jeep a velocità bassissima attraverso sentieri percorsi usualmente solo da gente a piedi o in bicicletta). Per 2 settimane (o quasi) ci siamo ritrovati a condividere l’assenza di mezzi di comunicazione, di luce elettrica, di tetti solidi (noi fortunatamente dormivamo in tende moderne e a prova di zanzare) e di acqua corrente (in qualche occasione è toccato anche a noi lavarci e cucinare con l’acqua che qualche donna gentile andava a ricavare dal fiume in secca, scavando con mezzi rudimentali la sabbia dell’alveo per ottenere l’acqua della falda in profondità).

E’ stata un’occasione unica di contatto e relazione fra due mondi molto lontani, in cui spesso non ci rimanevano che gli sguardi (almeno nel mio caso che non conosco la lingua locale) per comunicare la gratitudine, l’ospitalità o l’amicizia. In un caso l’arrivo della nostra jeep è stato un vero e proprio evento che ha generato spavento soprattutto nei bambini che, fino all’età di otto anni, non avevano mai visto un’automobile e non ne conoscevano il rumore…incredibile! Violento?!...beh, forse, ma grazie alla sensibilità e professionalità della nostra capo-equipe (mozambicana nativa delle regione) questo lavoro è risultato realmente uno strumento di dialogo ed indagine nelle comunità, permettendo loro di entrare in contatto con le istituzioni locali e rivendicando i propri diritti difronte all’operatore che, in ogni caso, avrebbe tutto il diritto di gestire l’aerea come una riserva di caccia integrale.
Non sono stati sempre incontri cordiali e positivi, ovviamente, anzi in qualche caso ci si è scontrati con la mentalità chiusa e tradizionalista dei contadini che spesso conservano usi e costumi tipici di un epoca che non sembra passare. Fra le varie componenti, risulta ancora molto diffusa la poligamia (soprattutto per le autorità tradizionali che si dotano di 4-5 moglie per poter lavorare i propri possedimenti terrieri ed assicurarsi una adeguata discendenza) che spesso genera realtà di vero e proprio abuso delle donne-regazzine, che vengono compravendute dalle famiglie come una qualsiasi merce di scambio. La verginità di una adolescente (anche di 11 anni!) può essere comprata per meno di 100 Euro…

Oltre a questa profonda esperienza ho avuto modo di girare altre aree rurali della zona per verificare lo stato di implementazione di altri (micro-)progetti FAO. Anche in queste caso, attraverso un facilitatore locale, ho potuto entrare in contatto con diverse comunità locali (agricoltori, pescatori, allevatori e falegnami) ma spesso non è stato bello riscontrare le inefficienze o i ritardi, provocati dalla stessa FAO, nella consegna dei materiali o nella formazione dei beneficiari, risultando con disanimare i gruppi beneficiare che spesso confidano ciecamente nelle organizzazioni internazionali…anche questo fa parte dell’esperienza di lavoro in questi contesti.
Oltre a queste esperienze di campo, umanamente molto intense e paesaggisticamente molto gratificanti, anche la vita a Chimoio offre vari spunti di riflessione.

Da una parte le problematiche ambientali di questa parte del paese, che è fra le più fertili e produttive dal punto di vista agricolo (soprattutto frutta e ortaggi) ed industriale (da sempre Chimoio è stata un considerata piuttosto ricca e strategica per gli investimenti industriali, forse per la sua vicinanza allo Zaimbabwe e ad alcune miniere di metalli preziosi tutto non del tutto sfruttate), dall’altra il recente intensificarsi di alcuni fenomeni un tempo trascurabili (secondo il parere dei propri abitanti locali).

Anche a Chimoio è in aumento il fenomeno dei bambini di strada e, fra questi, quelli che accettano di mettersi al servizio di qualche cieco come guida per poter ottenere una parte delle offerte che riescono a fargli raccogliere e assicurarsi un po’ di protezione durante la notte dall’abuso di altri adulti che vivono per la strada…per quanto precaria possa essere tale protezione. LA stampa locale riporta addirittura che molti bambini emigrano dai villaggi o dalle città minori per incontrare il proprio “cieco” nei centri maggiori…

Sono in aumento i disordini determinati dalla presenza via via più numerosa degli immigrati zimbabwiani in fuga dal loro paese sempre più instabile e inospitale. Ma, nonostante da mesi la situazione sia davvero precaria, il Mozambico non ha ancora elaborato una strategia di ospitalità…solo in questi giorni si inizia a parlarne e ad organizzare le prime riunioni di coordinamento delle varie istituzioni…

Fra questi emigranti non mancano le prostitute che spesso si offrono per pochi dollari ai tanti trasportatori (o lavoratori di passaggio) che attraversano Chimoio lungo la strada nazionale che porta appunto in Zimbabwe (verso Ovest) o in Malawi (verso Nord). E purtroppo la Polizia locale, invece che tentare di monitorare il fenomeno risulta per approfittarne ed estorcere denaro alle stesse prostitute in cambio dell’immunità (ne ha parlato la stampa locale).

Inoltre, ai rifugiati zimbabwiani si sommano i migranti mozambicani di rientro dal Sud Africa dopo gli episodi di xenofobia accaduti in quel paese vicino in aprile e maggio. La stampa europea ne ha parlato poco, ma in diverse occasioni i lavoratori mozambicani che si trovavano lì da vari anni sono stati letteralmente torturati e (in alcuni casi brutalmente uccisi) dal altri neri sudafricani con il preteso di essere concorrenti scomodi per il mercato del lavoro…la situazione sembra essere tornata sotto controllo, ma come si vede le dinamiche di intolleranza razziale sembrano ripetersi in vari contesti, anche lì dove il superamento (almeno formale) dell’apartheid avrebbe dovuto infondere un senso di maggiore capacità di tolleranza e rispetto dello straniero…(ogni riferimento alla situazione in Italia è puramente, ma tristemente, casuale!)

Vi potrei raccontare molti altri aneddoti ed episodi, ma li riservo per qualche chiacchierata la mio ritorno o qualche futuro resoconto (prometto, cercherò di essere più puntuale!).

Intanto vi saluto e vi abbraccio, uno a uno…

Ciao! Atè a proxima..

Diego


[1] FRELIMO e RENAMO sono i due principali partiti dello schieramento politico mozambicano. Il primo è sorto come movimento di liberazione clandestino (in Tanzania) che nel 1976 portò il paese all’indipendenza del Mozambico. Non appena si insediò come partito di matrice marxista-leninista (con appoggio di Russia, Cina e altri paesi africani di allineati) fu contrastato dalla RENAMO, movimento di schieramento opposto sorto grazie all’appoggio del Sudafrica, Botswana (Stati Uniti?!) e altri paesi liberisti filo-occidentali. Il contrasto fu fin da subito violento e portò ad un interminabile guerra che durò più di 16 anni, conclusasi con la firma degli accordi di pace nel 1992 a Roma e con milioni di vittime in tutto il paese (per lo più civili). Dal ’92 il partito al potere è sempre rimasto il FRELIMO, ma negli anni e la successione dei vari presidenti (Machel, misteriosamente assassinato, Chissano e l’attuale Guebusa) il profilo ideologico è progressivamente virato dall’ideale marxista a quello socialista e decisamente capitalista attuale, in cui i vari funzionari di Stato – compreso il presidente – sono azionisti delle maggiori imprese del paese e non solo, speso in concorrenza con le poche aziende statali rimaste… Dal punto di vista amministrativo, nonostante la definizione di paese democratico, siamo di fronte ad un governo monopartitico che controlla tutte le sedi amministrative a livello centrale e periferico (persino le autorità tradizionali di villaggio sono invitate ad iscriversi al FRELIMO) eccetto un solo municipio (quello della città costiera di Beira, al centro del paese) dove è in carica un sindaco della RENAMO. In autunno ci saranno le elezioni “autarchiche”(a livello di municipalità, appunto), si annuncia qualche mutamento di panorama, ma staremo a vedere… Di fatto, al momento, se non si patteggia per il FRELIMO è molto difficile accedere ad un incarico nelle istituzioni pubbliche (ciò non toglie che molti abbiano la tessera di entrambi i partiti!). Tale situazione di discriminazione è stata recentemente denunciata anche dalla conferenza episcopale mozambicana (CEM), ma il Governo rimane immune a tali provocazioni…

Le prime impressioni...

Maputo, 17 febbraio 2008

Ciao a tutti!

Finalmente un aggiornamento dal Mozambico, alcuni di voi ormai avevano perso le speranze…

So che non mi son fatto sentire per un po’ di tempo, ma qui i mezzi erano un po’ limitati: solo da una settimana abbiamo una connessione internet in casa, mentre nell’ufficio c’è un solo computer collegato, quello del capo, e lo posso usare solo quando lui esce (per andare in bagno o per altre “commissioni”…).

Inoltre, fino a due settimane fa, ero ancora piuttosto preso dalla conclusione e invio della tesi, lavoro che mi ha accompagnato in questo ingresso in terra africana nelle prime settimane (praticamente, quando alle 16 rientravo dall’ufficio, mi immergevo nella tesi fino a notte, un bel tour de force, ma ne è valsa la pena…credo!). Ora inizio a “respirare” l’aria mozambicana (soprattutto di Maputo e dintorni) con maggiore intensità e coscienza, perciò ho raccolto anche qualche particolare che vi racconto volentieri….

Ma partiamo dall’inizio: dalla partenza del 5 gennaio che, nonostante la difficoltà di dover lasciare Anna, gli amici, i miei genitori e i parenti più cari, ha segnato un po’ una liberazione dalle tensioni degli ultimi giorni, dovute principalmente alla difficoltà di combinare i preparativi per il viaggio e il lavoro futuro, la burocrazia legata alla chiusura del dottorato, la conclusione della tesi, i saluti agli amici e il tutto…nel mezzo delle ferie natalizie!

Mentre entravo in aereo mi sentivo carico della stanchezza accumulata, dell’incertezza per quello che mi aspettava, dell’angoscia per la tesi da finire, ma anche e soprattutto dei sorrisi e del calore degli Amici che – letteralmente – hanno accompagnato ognuno dei momenti precedenti alla partenza, fino al gate dell’aeroporto. Era la prima volta che sentivo così tanto affetto prima di una partenza e ciò mi ha riempito di coraggio e forza. Mi sono sentito privilegiato, Grazie!
Ovviamente, ancora più robusto era il carico di amore che Anna, i miei genitori, Edi (mia sorella) e i cari nonni avevano aggiunto al mio bagaglio (ma per fortuna a peso zero!).

Il viaggio è stato piuttosto lungo (20 ore per l’itinerario Venezia-Francoforte-Johannesburg-Maputo), ma l’aver incontrato Lorena (altra partente con il mio stesso programma dell’ONU, il Fellowship Programme) a Francoforte e Alberto (altro Fellow) a Johannesburg, hanno reso le attese più tollerabili. In realtà a Johannesburg il cambio di aereo prevedeva solo 45min di intervallo, perciò abbiamo dovuto correre e – come prevedibile – non è stato sufficiente a fare il trasbordo dei nostri bagagli che ci hanno raggiunti a Maputo solo con il volo del pomeriggio del 6 gennaio.

Maputo ci ha accolto (alle 10 del mattino) con un caldo umido (circa 37°C) che in poco tempo ci ha “tagliato le gambe” e fatto desiderare un posto al fresco in cui sdraiarsi…per fortuna l’alloggio che ero riuscito a procurami all’Italia (attraverso una serie di contatti che è troppo lunga da descrivere) si trova al 10° piano di un palazzo (con ascensore non sempre funzionante!) non troppo lontano dalla costa, e quindi può beneficiare della brezza oceanica che spira quasi a tutte le ore.

N.B.: alla fine l’alloggio è diventato anche definitivo, visto che il padrone di casa mi ha reputato persona sufficientemente tranquilla ;-) e le condizioni offerte mi sembravano altrettanto vantaggiose per me. Quindi ora condivido l’appartamento con altre tre persone (Igor, resp. paese per ISCOS, ONG italiana legata alla CISL; Lina, la sua simpatica moglie colombiana attiva anche lei nella cooperazione; Davide, collega di Igor mio coetaneo).

Le prime sensazioni all’arrivo sono state un po’ smorzate dalla stanchezza e dalla sonnolenza che mi ero portato dietro, ma sono comunque rimasto stupito dalla relativa agiatezza che si poteva notare in diverse parti della città, con viali ampi ed alberati e con macchine lussuose parcheggiate ad ogni angolo, ancora non si scorgevano segni tangibili della povertà o della miseria che le statistiche riportano per questo Paese (fra i più poveri d’Africa e fra gli ultimi 10 al mondo per livello di sviluppo[1]) o che normalmente ci si aspetta da una città africana…anzi la sensazione prevalente era di una calma ed accogliente città, non troppo trafficata (anche perchè era domenica) e “a misura d’uomo” (come ci piace dire)[2].

Recuperate le valige (grazie alla simpatica disponibilità dell’autista assegnatomi dalla FAO) io e Lorena ci “impossessiamo” definitivamente dell’appartamento e cerchiamo un posto per cenare. Breve cena a base di pollo arrosto (il famoso frango che qui, come in Brasile, domina la cucina locale) e poi – finalmente – una lunga dormita, visto che l’indomani, alle 7.45, il simpatico autista (Paulo) sarebbe venuto a prendermi per portami già in ufficio, presso il ministero dell’agricoltura, dove ha sede la segreteria del progetto FAO a cui sono stato assegnato.

Si tratta infatti di un progetto (chiamato PAN2[3]) di sviluppo agricolo che si propone di contribuire al programma nazionale per la “sicurezza alimentare” attraverso la creazione di almeno 1000 “scuole agricole per contadini[4]” in 5 anni (2003-2008) in 12 distretti (4 per ognuna delle 3 province[5] scelte per il progetto: Maputo, Sofala e Manica), ideato dalla FAO, finanziato dai fondi della Cooperazione italiana e affidato - per la realizzazione - al ministero mozambicano dell’agricoltura (alla sede centrale di Maputo per il coordinamento e alle sede decentrate nelle province e nei distretti per la formazioni dei facilitatori locali e la promozione delle scuole agricole nei villaggi).

Conosco così il coordinatore nazionale del progetto, Orlando Gemo, le impiegate amministrative che il referente FAO del programma, Eugenio Macamo (mozambicano anche lui) che mi ricevono e, dopo un breve benvenuto, passano subito ad introdurmi i concetti principali del progetto…ma io sono ancora cotto dal viaggio e dalle novità e dopo la prima oretta inizio già a sonnecchiare, anche perché il portoghese non mi suonava ancora famigliare. Le prime impressioni sono di un grande progetto, molto strutturato, nel quale non vedo facilmente il modo di inserirmi, ma da parte dei responsabili c’è la disponibilità ad individuare insieme la possibilità di farmi avvicinare a delle realtà forestali per poi proporre l’inserimento di nuove tematiche nei programmi delle scuole attive nelle zone di foresta. Per questo già si ipotizza la possibilità di mandarmi, almeno per un periodo, a seguire le attività che si svolgono nella provincia di Manica, più a nord, nel centro del paese, a confine con lo Zimbabwe…ma è tutto questo – per quanto sembri già deciso – sarà ripreso nei giorni seguenti, in quel momento mi premeva capire con chi dovevo rapportami e svolgere le procedure burocratiche dell’arrivo. Eppoi c’era la tesi da finire e consegnate, assolutamente entro fine gennaio!

E così nei giorni seguenti il mio tempo si è ripartito tra le visite ai vari uffici ONU, Ambasciata Italiana, FAO per svolgere le numerose procedure di registrazione, richieste per lo stipendio, visto ecc.; 6-7h di lavoro al ministero (dalle 8 alle 15,30…uscita tassativa) in cui – più che altro – cercavo di ottenere documenti per capire meglio il progetto e le sue finalità; e poi resto del pomeriggio e serata sulla tesi, con costanza ma anche nuove motivazioni, forse dovute al desiderio di liberare la testa il prima possibile per potermi immergere al più presto nel nuovo contesto…

Ok, questo l’inizio, ma se andiamo avanti così mi tocca scrivere un'altra tesi per raccontarvi tutti i giorni successivi, perciò passo a citare qualche aneddoto interessante…

22-24 Gennaio: prime visite alle comunità contadine in occasione dei seminari distrettuali in cui le scuole agricole si scambiano le rispettive esperienze e i coordinatori del progetto raccolgono i dati sui risultati ottenuti. E’ un’occasione per capire meglio come il progetto si traduce in pratica e per visitare qualche villaggio fuori Maputo. I seminari sono interessanti per notare il coinvolgimento e la motivazione dei contadini. Si inizia sempre con i saluti, la presentazione, un canto e una preghiera (tutto in lingua locale, lo Changana), poi si prosegue con la presentazione di ogni singola esperienza…e non si finisce più! ;-) Il giorno seguente si svolge quasi sempre il “dia de campo” in cui una delle scuole dimostra alle altre gli studi condotti nell’appezzamento comune e tutti commentano risultati e tecniche usate. Spesso i tecnici hanno il sopravvento perché vogliono spiegare i pregi o i difetti di una coltura o di una tecnica utilizzata, ma l’esperienza diretta dei coltivatori spesso prevale…

28-29 Gennaio: Ho partecipato alla 2 giorni di ritiro della rappresentanza FAO in Mozambico. Qui la rappresentanza è numerosa (quasi 50 persone fra resp. dei progetti e amministrativi) ed ogni anno è consuetudine che si ritrovino in un luogo appartato (normalmente un villaggio turistico) per discutere problemi di competenza e interesse comune (come le procedure amministrative e la pianificazione delle attività). Si prospettava una cosa interessante con possibilità di contatti e un po’ di svago…in realtà si è trattato di 2 giorni intensi di riunioni e lavoro, con pochissimo tempo libero per approfittare del bellissimo contesto (la piaggia oceanica, vd. foto) e solo il tempo dei pasti per entrare in relazione con i partecipanti. Il tutto in un villaggio turistico superlussuoso (di proprietà sud africana.portoghese…) che non fa che confermare le attitudini “nobiliari” della FAO e gli sprechi nella gestione del denaro (e ce ne son di peggio!). Non dovrei parlar male di chi mi ospita in questa esperienza, ma di fatto nemmeno mi hanno mai proposto di rimanere interno all’edificio FAO per lavorare…ma meglio così, al Ministero ho la possibilità di essere maggiormente inserito nel contesto mozambicano, com pregi e difetti.

2-3 Febbraio: Ed eccoci arrivati al primo fine settimana in cui sono completamente libero da impegni di tesi e di lavoro e – fortunatamente – coincide con la festa della rivoluzione del 3 febbraio. Dato che cade in una domenica, per una strana regola che esiste solo qui (che bello!) la festa sarà festeggiata anche il lunedì 4 con chiusura di maggior parte dei negozi e delle attività lavorative. Quale miglior occasione per un bel fine settimana di svago!? E così approfitto dell’invito degli amici che mi ospitano per andare con loro al mare, portandoci dietro tenda e asciugamano. La destinazione finale (Xai-Xai, una località costiera a 150km Nord da Maputo) non è proprio quella scelta inizialmente (l’isoletta di Macaneta a soli 35km da Maputo) a causa di inconveniente logistici indipendenti da noi, ma il risultato è identico, anzi! Trascorriamo la notte in un tranquillo campeggio, essenziale ed economico campeggio (non troppo “sud-africano”!), sotto una stellata bellissima e con il fruscio delle onde a conciliare il sonno. Il giorno dopo mattinata intera passata a tuffarsi e combattere fra le onde potenti dell’Oceano fino ad uscirne sfiniti per lo sforzo e il sole cocente, ma contenti e divertiti. Personalmente sentivo il bisogno di un scarico totale dei nervi…ma non certo di una scottata così forte alla schiena! Vabbè per la settimana successiva ho conservato il ricordo, anche fisico, del bel week-end. Incredibili, il mare mi è piaciuto quasi come una gita in montagna!

All’andata, lungo la strada, ci siamo fermati a Maraccuene dove appunto iniziavano i preparativi della festa. In passato c’era l’usanza di uccidere e mangiare un ippopotamo in occasione della festa (prendendolo dall’estuario del fiume Limpopo che sfocia li vicino), ma ormai sembra che non ne esistano più e si rimedia con un capretto…mentre continua ad essere prodotta e consumata la bevanda tradizionale, il canhu, che deriva dalla fermentazione di un piccolo frutto locale simile al susino. Ecco le immagini di questo bel fine settimana.

Terminata la fase svago, anche se devo riconoscere che ogni sera non mancano inviti e proposte da parte della numerosa comunità dei cooperanti italiani presenti a Maputo e da parte di nuovi contatti e amici che pian piano mi sto facendo qui, riprendiamo l’attenzione sul lavoro e sul contesto in cui mi sto muovendo, che – lo ammetto – non è facile da capire… E già il 5 febbraio, giorno dopo la festa, si ha la prova della calma apparente che sembra regnare in città e nel paese intero. Oggi è il giorno in cui divengono effettivi gli aumenti delle tariffe per gli “chapas”, i mezzi collettivi di trasporto locale e lunga percorrenza, con i quali la quasi totalità della popolazione mozambicana (tranne l’elite dirigenziale) si sposta verso le città per lavorare o vendere i prodotti della campagna. Si tratta di un aumento forte (del 50%, da 5 Meticais a 7,5 per le tratte urbane[6]), richiesto dalle compagnie di trasporto (private) dopo che per anni il Governo aveva chiesto loro di mantenerlo fisso. Ma l’aumento del costo del carburante (così come di tutti i generi di prima necessità: pane, riso, ecc.) era ormai insostenibile per le compagnie stesse, e così, in assenza di un piano di sussidio da parte del Governo sono stati previsti gli aumenti. Alle 8,00 (orario in cui esco di casa) la situazione sembrava tranquilla, con gli chapas che funzionavano regolarmente…ma alle 8.15, giusto il tempo di entrare nell’edificio del minstero, è scoppiata la rivolta lunghe le strade!

E la reazione della gente è partita dai quartieri più popolari, tra la zona dell’aeroporto e quella del ministero dove lavoro, perciò ho potuto seguire in diretta, attraverso le persiane, l’aumentare dell’assembramento di persone e gli echi delle grida di protesta, il lancio delle pietre contro gli chapa in funzione e le macchine dei corpi diplomatici in circolazione. In lontananza si vedeva levarsi il fumo nero dei copertoni messi a bruciare al centro delle strade per ostacolare il traffico (assieme a blocchi di pietre e tronchi) e – ahimè – gli spari (con proiettili di gomma e non) della polizia intervenuta massicciamente per disperdere la gente e riportare la calma.

L’insurrezione si è protratta per tutta la mattina, spostandosi da quartiere a quartiere fin verso il centro storico della città . Continuavano a rimbalzare notizie sulle misure di sicurezza da prendere e sugli effetti delle repressioni della polizia, nonostante per tutto il giorno i portavoce governativi abbiano cercato di minimizzare (questo l’ho saputo in seguito).

Noi eravamo al sicuro dentro all’ufficio, il problema era trovare un modo di rientrare a casa senza dover pensare di passarci la notte. Verso le 15 siamo stati avvertiti che la situazione si stava calmando lungo i viali che conducevano verso la città e, approfittano di una scorta della polizia che faceva la spola lungo il tragitto dall’aeroporto al centro (e il ministero dell’agricoltura si torva proprio su questa direttrice) ci siamo accodati al piccolo convoglio e siamo riusciti ad attraversare incolumi la zona che più era insorta in mattinata. Sull’asfalto bruciavano a qua e là alcuni copertoni, pietre un po’ ovunque, tronchetti e cassonetti delle immondizie di traverso…facendo un po’ di gincana (come immaginate anche il nostro autista ha a disposizione uno dei tanti fuoristrada pick-up bianchi!) siamo usciti incolumi dall’area. Non nascondo di essere rimasto stupito che la strada vista così tranquilla in prima mattinata fosse stata ridotta in un piccolo campo di battaglia, ma pensandoci bene i motivi erano più che validi.

Ovviamente non si giustificano gli atti violenti della popolazione, ma nemmeno si possono giustificare la repressione dura della polizia (mai comunicata dal Governo) e del Governo stesso che si è salvato la faccia chiedendo la sospensione dell’aumento e promettendo alle compagnie di trasporto una qualche forma di compensazione che, nei giorni successivi, si è concretizzata con la diminuzione del prezzo del combustibile in tutto il paese per i soli chapas. In tutto questo il Presidente non si è quasi mai pronunciato, delegando tutto al Ministro per i trasporti e le comunicazioni. Fonti indipendente hanno comunicato un bilancio di 3 morti (fra cui un autista di chapa ucciso dai dimostranti) e più di 100 feriti (dai dimostranti e dalla polizia).

La tensione è durata qualche giorno, ma già il 7 febbraio in città era tornata la calma consuetudinaria di Maputo. Però nel resto del paese, in alcuni posti (soprattutto lungo le tratte di lunga percorrenza) gli aumenti ci sono stati e sono rimasti, vista la scarsa possibilità organizzativa e dei contadini che vivono in luoghi molto lontani fra loro…

Mentre succedevano i fatti non è ne ho parlato con voi in Italia per evitare di creare inutili apprensioni, il tutto è ritornato nella calma rapidamente come era iniziato e – come spesso succede – la stampa internazionale non ne ha nemmeno accennato (forse un passaggio sulla CNN africana). In realtà le emergenze del paese rimangono le alluvioni lungo il bacino dello Zambesi (nelle regioni centrali del paese) che stanno provocando moltissimi sfollati e anche una canalizzazione di fondi per l’emergenza che non sempre arriveranno a giusta destinazione, forse...

Il costo della vita continuerà ad aumentare, perché così va l’economia, e chi ne pagherà il prezzo saranno sempre e comunque i più poveri. Urge per il paese un reale sviluppo che lo svincoli dalla dipendenza straniera e internazionale per le risorse alimentari e finanziarie.

Il 7 febbraio sono nuovamente in visita ad una comunità contadina (Catembe) vicina a Maputo (giusto sulla sponda opposta dell’estuario del Rio Espiritu Santo che sbocca su un lato della città) in accompagnamento di una consulente FAO giunta da Ginevra per testare l’utilizzabilità di un manuale per la formazione dei facilitatori delle scuole contadine. Per questa occasione la scuola aveva preparato una auto-presentazione ancora più articolata, con danze e piccole drammatizzazioni del lavoro nei campi. La maggioranza erano donne.Qui qualche immagine della giornata.

Il week-end diventa l’occasione per sistemare un po’ la casa, capire meglio il contesto di Maputo e – ora che abbiamo la connessione – aggiornarsi anche un po’ sulla realtà del mondo e soprattutto dell’Italia anche se la caduta del Governo e la corsa elettorale non trasmettono molto entusiasmo...

In quest’ultima settimana, dall’11 al 14 febbraio, ho partecipato ad nuova sessione di seminari distrettuali, ma – questa volta – nella provincia di Sofala, nel centro del paese. Perciò, con il coordinatore del progetto, abbiamo preso l’aereo per Beira (capoluogo della provincia) e da qui ci siamo distribuiti nei distretti dell’area che, rispetto alla provincia di Maputo, risultano molto più remoti e isolati. Ero stato assegnato a Gorongosa, assieme a tecnico Siquice, a 3 ore d’auto da Beira. Questa volta dovevo ero maggiormente coinvolto nel seminario, non solo come uditore ma come supporto al lavoro di Siquice nella raccolta dei dati, soprattutto viste le sue deboli condizioni fisiche causate, forse, da calcoli renali…

L’arrivo a Gorongosa, vicino ad un omonimo parco nazionale, mi ha dato subito un impressione di libertà e familiarità, in aperta campagna, con la possibilità di spaziare con la vista fino ai rilievi più lontani e un verde rotto solo dall’azzurro del cielo e dalla muratura di qualche edificio più robusto (o ex-coloniale). Il resto erano case in fango o capanne in canna palustre.

Questa volta i partecipanti al seminario erano esclusivamente uomini (i facilitatori) che normalmente si possono muovere con più facilità dalle loro comunità. Tutti molto timidi e composti, quasi sottomessi all’autorevolezza del mio collega, che nonostante i dolori si forzava di ascoltare tutti i resoconti e le singole esperienze, dando qualche indicazione quando richiesto.

Da parte mia ho cercato di sottolineare i concetti che Siquice tentava di trasmettere e di cogliere le informazioni che ogni tinto gli sfuggivano, nonostante il mio portoghese ancora tentennante... Credo di essergli stato utile e, visto che lui lavora normalmente a Chimono (la capitale della provincia di Manica dove dovrei trasferirmi per un po’ a lavorare), vedo positiva la sintonia creata.

L’ultimo giorno però Siquice era proprio dolorante, perciò è tornato subito a casa e il giorno dopo si è fatto ricoverare nella clinica di Chimono con l’intenzione di venire a Maputo per cure più approfondite. Purtroppo, il giorno seguente (ieri) ho saputo – con grande shock – che non ce l’ha fatta ed è morto! Dubito che fosse solo un problema di reni, probabilmente qualcosa di più grave che forse ci comunicheranno nei prossimi giorni. Però l’emoglobina era a 6, quindi le condizioni molto critiche!!

Non so come evolverà l’organizzazione del lavoro nei prossimi giorni, ma sto imparando a vivere la realtà giorno per giorno, come fanno i mozambicani, senza programmare troppo. Rimango sereno nonostante le molte incertezze e i fatti negativi recenti.

Sono in attesa di sapere la data per la discussione della tesi di dottorato per rientrare in Italia e rivedere alcuni di voi, sarà per qualche giorno.

Spero che questo breve resoconto vi aiuti un po’ a capire la realtà che sto vivendo, spero che ne seguiranno presto degli altri con maggiore capacità di analisi degli aspetti più profondi. A presto!


[1] L’indice di sviluppo umano (HDI) calcolato dall’UNDP tiene conto di 3 parametri principali riguardanti il livello di alfabetizzazione del paese, l’aspettativa di vita e il reddito pro capite. Per il Mozambico il parametro che maggiormente incide nel basso HDI è l’aspettativa di vita che, a causa del largo diffondersi dell’AIDS, è ridotta a meno di 40 anni.

[2] Certo, non bisogna dimenticare che l’impianto della città deriva dalla presenza coloniale portoghese che se n’è andata solo nel 1975, anche se la guida a sx rivela la presenza anglosassone presente a metà del ‘900 i compresenza con i portoghesi e – soprattutto – la influente vicinanza del Sud Africa (dove appunto la guida è a sx).

[3] Si tratta della seconda edizione del Plan de Açcão Nacional de Segurança Alimentar, la prima si era svolta (semrba con successo) dal 1998 al 2003.

[4] Farmer Field Schools (FFSs) o Escuelas na Machamba do Camponês (EMCs)

[5] Le province corrispondono alle “nostre” regioni, mentre i distretti sono equiparabili alle “nostre” province)

[6] Ricordo che il salario minimo di un operaio (guardiano, lavamacchine, cameriera, ecc) è di 1300-1500 Meticais al mese, lascio a voi calcolare quanto possa durare tale salario se ogni giorno se ne spendono 7 (minimo!) per il trasporto.