Maputo, 17 febbraio 2008
Ciao a tutti!
Finalmente un aggiornamento dal Mozambico, alcuni di voi ormai avevano perso le speranze…
So che non mi son fatto sentire per un po’ di tempo, ma qui i mezzi erano un po’ limitati: solo da una settimana abbiamo una connessione internet in casa, mentre nell’ufficio c’è un solo computer collegato, quello del capo, e lo posso usare solo quando lui esce (per andare in bagno o per altre “commissioni”…).
Inoltre, fino a due settimane fa, ero ancora piuttosto preso dalla conclusione e invio della tesi, lavoro che mi ha accompagnato in questo ingresso in terra africana nelle prime settimane (praticamente, quando alle 16 rientravo dall’ufficio, mi immergevo nella tesi fino a notte, un bel tour de force, ma ne è valsa la pena…credo!). Ora inizio a “respirare” l’aria mozambicana (soprattutto di Maputo e dintorni) con maggiore intensità e coscienza, perciò ho raccolto anche qualche particolare che vi racconto volentieri….
Ma partiamo dall’inizio: dalla partenza del 5 gennaio che, nonostante la difficoltà di dover lasciare Anna, gli amici, i miei genitori e i parenti più cari, ha segnato un po’ una liberazione dalle tensioni degli ultimi giorni, dovute principalmente alla difficoltà di combinare i preparativi per il viaggio e il lavoro futuro, la burocrazia legata alla chiusura del dottorato, la conclusione della tesi, i saluti agli amici e il tutto…nel mezzo delle ferie natalizie!
Mentre entravo in aereo mi sentivo carico della stanchezza accumulata, dell’incertezza per quello che mi aspettava, dell’angoscia per la tesi da finire, ma anche e soprattutto dei sorrisi e del calore degli Amici che – letteralmente – hanno accompagnato ognuno dei momenti precedenti alla partenza, fino al gate dell’aeroporto. Era la prima volta che sentivo così tanto affetto prima di una partenza e ciò mi ha riempito di coraggio e forza. Mi sono sentito privilegiato, Grazie!
Ovviamente, ancora più robusto era il carico di amore che Anna, i miei genitori, Edi (mia sorella) e i cari nonni avevano aggiunto al mio bagaglio (ma per fortuna a peso zero!).
Il viaggio è stato piuttosto lungo (20 ore per l’itinerario Venezia-Francoforte-Johannesburg-Maputo), ma l’aver incontrato Lorena (altra partente con il mio stesso programma dell’ONU, il Fellowship Programme) a Francoforte e Alberto (altro Fellow) a Johannesburg, hanno reso le attese più tollerabili. In realtà a Johannesburg il cambio di aereo prevedeva solo 45min di intervallo, perciò abbiamo dovuto correre e – come prevedibile – non è stato sufficiente a fare il trasbordo dei nostri bagagli che ci hanno raggiunti a Maputo solo con il volo del pomeriggio del 6 gennaio.
Maputo ci ha accolto (alle 10 del mattino) con un caldo umido (circa 37°C) che in poco tempo ci ha “tagliato le gambe” e fatto desiderare un posto al fresco in cui sdraiarsi…per fortuna l’alloggio che ero riuscito a procurami all’Italia (attraverso una serie di contatti che è troppo lunga da descrivere) si trova al 10° piano di un palazzo (con ascensore non sempre funzionante!) non troppo lontano dalla costa, e quindi può beneficiare della brezza oceanica che spira quasi a tutte le ore.
N.B.: alla fine l’alloggio è diventato anche definitivo, visto che il padrone di casa mi ha reputato persona sufficientemente tranquilla ;-) e le condizioni offerte mi sembravano altrettanto vantaggiose per me. Quindi ora condivido l’appartamento con altre tre persone (Igor, resp. paese per ISCOS, ONG italiana legata alla CISL; Lina, la sua simpatica moglie colombiana attiva anche lei nella cooperazione; Davide, collega di Igor mio coetaneo).
Le prime sensazioni all’arrivo sono state un po’ smorzate dalla stanchezza e dalla sonnolenza che mi ero portato dietro, ma sono comunque rimasto stupito dalla relativa agiatezza che si poteva notare in diverse parti della città, con viali ampi ed alberati e con macchine lussuose parcheggiate ad ogni angolo, ancora non si scorgevano segni tangibili della povertà o della miseria che le statistiche riportano per questo Paese (fra i più poveri d’Africa e fra gli ultimi 10 al mondo per livello di sviluppo[1]) o che normalmente ci si aspetta da una città africana…anzi la sensazione prevalente era di una calma ed accogliente città, non troppo trafficata (anche perchè era domenica) e “a misura d’uomo” (come ci piace dire)[2].
Recuperate le valige (grazie alla simpatica disponibilità dell’autista assegnatomi dalla FAO) io e Lorena ci “impossessiamo” definitivamente dell’appartamento e cerchiamo un posto per cenare. Breve cena a base di pollo arrosto (il famoso frango che qui, come in Brasile, domina la cucina locale) e poi – finalmente – una lunga dormita, visto che l’indomani, alle 7.45, il simpatico autista (Paulo) sarebbe venuto a prendermi per portami già in ufficio, presso il ministero dell’agricoltura, dove ha sede la segreteria del progetto FAO a cui sono stato assegnato.
Si tratta infatti di un progetto (chiamato PAN2[3]) di sviluppo agricolo che si propone di contribuire al programma nazionale per la “sicurezza alimentare” attraverso la creazione di almeno 1000 “scuole agricole per contadini[4]” in 5 anni (2003-2008) in 12 distretti (4 per ognuna delle 3 province[5] scelte per il progetto: Maputo, Sofala e Manica), ideato dalla FAO, finanziato dai fondi della Cooperazione italiana e affidato - per la realizzazione - al ministero mozambicano dell’agricoltura (alla sede centrale di Maputo per il coordinamento e alle sede decentrate nelle province e nei distretti per la formazioni dei facilitatori locali e la promozione delle scuole agricole nei villaggi).
Conosco così il coordinatore nazionale del progetto, Orlando Gemo, le impiegate amministrative che il referente FAO del programma, Eugenio Macamo (mozambicano anche lui) che mi ricevono e, dopo un breve benvenuto, passano subito ad introdurmi i concetti principali del progetto…ma io sono ancora cotto dal viaggio e dalle novità e dopo la prima oretta inizio già a sonnecchiare, anche perché il portoghese non mi suonava ancora famigliare. Le prime impressioni sono di un grande progetto, molto strutturato, nel quale non vedo facilmente il modo di inserirmi, ma da parte dei responsabili c’è la disponibilità ad individuare insieme la possibilità di farmi avvicinare a delle realtà forestali per poi proporre l’inserimento di nuove tematiche nei programmi delle scuole attive nelle zone di foresta. Per questo già si ipotizza la possibilità di mandarmi, almeno per un periodo, a seguire le attività che si svolgono nella provincia di Manica, più a nord, nel centro del paese, a confine con lo Zimbabwe…ma è tutto questo – per quanto sembri già deciso – sarà ripreso nei giorni seguenti, in quel momento mi premeva capire con chi dovevo rapportami e svolgere le procedure burocratiche dell’arrivo. Eppoi c’era la tesi da finire e consegnate, assolutamente entro fine gennaio!
E così nei giorni seguenti il mio tempo si è ripartito tra le visite ai vari uffici ONU, Ambasciata Italiana, FAO per svolgere le numerose procedure di registrazione, richieste per lo stipendio, visto ecc.; 6-7h di lavoro al ministero (dalle 8 alle 15,30…uscita tassativa) in cui – più che altro – cercavo di ottenere documenti per capire meglio il progetto e le sue finalità; e poi resto del pomeriggio e serata sulla tesi, con costanza ma anche nuove motivazioni, forse dovute al desiderio di liberare la testa il prima possibile per potermi immergere al più presto nel nuovo contesto…
Ok, questo l’inizio, ma se andiamo avanti così mi tocca scrivere un'altra tesi per raccontarvi tutti i giorni successivi, perciò passo a citare qualche aneddoto interessante…
22-24 Gennaio: prime visite alle comunità contadine in occasione dei seminari distrettuali in cui le scuole agricole si scambiano le rispettive esperienze e i coordinatori del progetto raccolgono i dati sui risultati ottenuti. E’ un’occasione per capire meglio come il progetto si traduce in pratica e per visitare qualche villaggio fuori Maputo. I seminari sono interessanti per notare il coinvolgimento e la motivazione dei contadini. Si inizia sempre con i saluti, la presentazione, un canto e una preghiera (tutto in lingua locale, lo Changana), poi si prosegue con la presentazione di ogni singola esperienza…e non si finisce più! ;-) Il giorno seguente si svolge quasi sempre il “dia de campo” in cui una delle scuole dimostra alle altre gli studi condotti nell’appezzamento comune e tutti commentano risultati e tecniche usate. Spesso i tecnici hanno il sopravvento perché vogliono spiegare i pregi o i difetti di una coltura o di una tecnica utilizzata, ma l’esperienza diretta dei coltivatori spesso prevale…
28-29 Gennaio: Ho partecipato alla 2 giorni di ritiro della rappresentanza FAO in Mozambico. Qui la rappresentanza è numerosa (quasi 50 persone fra resp. dei progetti e amministrativi) ed ogni anno è consuetudine che si ritrovino in un luogo appartato (normalmente un villaggio turistico) per discutere problemi di competenza e interesse comune (come le procedure amministrative e la pianificazione delle attività). Si prospettava una cosa interessante con possibilità di contatti e un po’ di svago…in realtà si è trattato di 2 giorni intensi di riunioni e lavoro, con pochissimo tempo libero per approfittare del bellissimo contesto (la piaggia oceanica, vd. foto) e solo il tempo dei pasti per entrare in relazione con i partecipanti. Il tutto in un villaggio turistico superlussuoso (di proprietà sud africana.portoghese…) che non fa che confermare le attitudini “nobiliari” della FAO e gli sprechi nella gestione del denaro (e ce ne son di peggio!). Non dovrei parlar male di chi mi ospita in questa esperienza, ma di fatto nemmeno mi hanno mai proposto di rimanere interno all’edificio FAO per lavorare…ma meglio così, al Ministero ho la possibilità di essere maggiormente inserito nel contesto mozambicano, com pregi e difetti.
2-3 Febbraio: Ed eccoci arrivati al primo fine settimana in cui sono completamente libero da impegni di tesi e di lavoro e – fortunatamente – coincide con la festa della rivoluzione del 3 febbraio. Dato che cade in una domenica, per una strana regola che esiste solo qui (che bello!) la festa sarà festeggiata anche il lunedì 4 con chiusura di maggior parte dei negozi e delle attività lavorative. Quale miglior occasione per un bel fine settimana di svago!? E così approfitto dell’invito degli amici che mi ospitano per andare con loro al mare, portandoci dietro tenda e asciugamano. La destinazione finale (Xai-Xai, una località costiera a 150km Nord da Maputo) non è proprio quella scelta inizialmente (l’isoletta di Macaneta a soli 35km da Maputo) a causa di inconveniente logistici indipendenti da noi, ma il risultato è identico, anzi! Trascorriamo la notte in un tranquillo campeggio, essenziale ed economico campeggio (non troppo “sud-africano”!), sotto una stellata bellissima e con il fruscio delle onde a conciliare il sonno. Il giorno dopo mattinata intera passata a tuffarsi e combattere fra le onde potenti dell’Oceano fino ad uscirne sfiniti per lo sforzo e il sole cocente, ma contenti e divertiti. Personalmente sentivo il bisogno di un scarico totale dei nervi…ma non certo di una scottata così forte alla schiena! Vabbè per la settimana successiva ho conservato il ricordo, anche fisico, del bel week-end. Incredibili, il mare mi è piaciuto quasi come una gita in montagna!
All’andata, lungo la strada, ci siamo fermati a Maraccuene dove appunto iniziavano i preparativi della festa. In passato c’era l’usanza di uccidere e mangiare un ippopotamo in occasione della festa (prendendolo dall’estuario del fiume Limpopo che sfocia li vicino), ma ormai sembra che non ne esistano più e si rimedia con un capretto…mentre continua ad essere prodotta e consumata la bevanda tradizionale, il canhu, che deriva dalla fermentazione di un piccolo frutto locale simile al susino. Ecco le immagini di questo bel fine settimana.
Terminata la fase svago, anche se devo riconoscere che ogni sera non mancano inviti e proposte da parte della numerosa comunità dei cooperanti italiani presenti a Maputo e da parte di nuovi contatti e amici che pian piano mi sto facendo qui, riprendiamo l’attenzione sul lavoro e sul contesto in cui mi sto muovendo, che – lo ammetto – non è facile da capire… E già il 5 febbraio, giorno dopo la festa, si ha la prova della calma apparente che sembra regnare in città e nel paese intero. Oggi è il giorno in cui divengono effettivi gli aumenti delle tariffe per gli “chapas”, i mezzi collettivi di trasporto locale e lunga percorrenza, con i quali la quasi totalità della popolazione mozambicana (tranne l’elite dirigenziale) si sposta verso le città per lavorare o vendere i prodotti della campagna. Si tratta di un aumento forte (del 50%, da 5 Meticais a 7,5 per le tratte urbane[6]), richiesto dalle compagnie di trasporto (private) dopo che per anni il Governo aveva chiesto loro di mantenerlo fisso. Ma l’aumento del costo del carburante (così come di tutti i generi di prima necessità: pane, riso, ecc.) era ormai insostenibile per le compagnie stesse, e così, in assenza di un piano di sussidio da parte del Governo sono stati previsti gli aumenti. Alle 8,00 (orario in cui esco di casa) la situazione sembrava tranquilla, con gli chapas che funzionavano regolarmente…ma alle 8.15, giusto il tempo di entrare nell’edificio del minstero, è scoppiata la rivolta lunghe le strade!
E la reazione della gente è partita dai quartieri più popolari, tra la zona dell’aeroporto e quella del ministero dove lavoro, perciò ho potuto seguire in diretta, attraverso le persiane, l’aumentare dell’assembramento di persone e gli echi delle grida di protesta, il lancio delle pietre contro gli chapa in funzione e le macchine dei corpi diplomatici in circolazione. In lontananza si vedeva levarsi il fumo nero dei copertoni messi a bruciare al centro delle strade per ostacolare il traffico (assieme a blocchi di pietre e tronchi) e – ahimè – gli spari (con proiettili di gomma e non) della polizia intervenuta massicciamente per disperdere la gente e riportare la calma.
L’insurrezione si è protratta per tutta la mattina, spostandosi da quartiere a quartiere fin verso il centro storico della città . Continuavano a rimbalzare notizie sulle misure di sicurezza da prendere e sugli effetti delle repressioni della polizia, nonostante per tutto il giorno i portavoce governativi abbiano cercato di minimizzare (questo l’ho saputo in seguito).
Noi eravamo al sicuro dentro all’ufficio, il problema era trovare un modo di rientrare a casa senza dover pensare di passarci la notte. Verso le 15 siamo stati avvertiti che la situazione si stava calmando lungo i viali che conducevano verso la città e, approfittano di una scorta della polizia che faceva la spola lungo il tragitto dall’aeroporto al centro (e il ministero dell’agricoltura si torva proprio su questa direttrice) ci siamo accodati al piccolo convoglio e siamo riusciti ad attraversare incolumi la zona che più era insorta in mattinata. Sull’asfalto bruciavano a qua e là alcuni copertoni, pietre un po’ ovunque, tronchetti e cassonetti delle immondizie di traverso…facendo un po’ di gincana (come immaginate anche il nostro autista ha a disposizione uno dei tanti fuoristrada pick-up bianchi!) siamo usciti incolumi dall’area. Non nascondo di essere rimasto stupito che la strada vista così tranquilla in prima mattinata fosse stata ridotta in un piccolo campo di battaglia, ma pensandoci bene i motivi erano più che validi.
Ovviamente non si giustificano gli atti violenti della popolazione, ma nemmeno si possono giustificare la repressione dura della polizia (mai comunicata dal Governo) e del Governo stesso che si è salvato la faccia chiedendo la sospensione dell’aumento e promettendo alle compagnie di trasporto una qualche forma di compensazione che, nei giorni successivi, si è concretizzata con la diminuzione del prezzo del combustibile in tutto il paese per i soli chapas. In tutto questo il Presidente non si è quasi mai pronunciato, delegando tutto al Ministro per i trasporti e le comunicazioni. Fonti indipendente hanno comunicato un bilancio di 3 morti (fra cui un autista di chapa ucciso dai dimostranti) e più di 100 feriti (dai dimostranti e dalla polizia).
La tensione è durata qualche giorno, ma già il 7 febbraio in città era tornata la calma consuetudinaria di Maputo. Però nel resto del paese, in alcuni posti (soprattutto lungo le tratte di lunga percorrenza) gli aumenti ci sono stati e sono rimasti, vista la scarsa possibilità organizzativa e dei contadini che vivono in luoghi molto lontani fra loro…
Mentre succedevano i fatti non è ne ho parlato con voi in Italia per evitare di creare inutili apprensioni, il tutto è ritornato nella calma rapidamente come era iniziato e – come spesso succede – la stampa internazionale non ne ha nemmeno accennato (forse un passaggio sulla CNN africana). In realtà le emergenze del paese rimangono le alluvioni lungo il bacino dello Zambesi (nelle regioni centrali del paese) che stanno provocando moltissimi sfollati e anche una canalizzazione di fondi per l’emergenza che non sempre arriveranno a giusta destinazione, forse...
Il costo della vita continuerà ad aumentare, perché così va l’economia, e chi ne pagherà il prezzo saranno sempre e comunque i più poveri. Urge per il paese un reale sviluppo che lo svincoli dalla dipendenza straniera e internazionale per le risorse alimentari e finanziarie.
Il 7 febbraio sono nuovamente in visita ad una comunità contadina (Catembe) vicina a Maputo (giusto sulla sponda opposta dell’estuario del Rio Espiritu Santo che sbocca su un lato della città) in accompagnamento di una consulente FAO giunta da Ginevra per testare l’utilizzabilità di un manuale per la formazione dei facilitatori delle scuole contadine. Per questa occasione la scuola aveva preparato una auto-presentazione ancora più articolata, con danze e piccole drammatizzazioni del lavoro nei campi. La maggioranza erano donne.Qui qualche immagine della giornata.
Il week-end diventa l’occasione per sistemare un po’ la casa, capire meglio il contesto di Maputo e – ora che abbiamo la connessione – aggiornarsi anche un po’ sulla realtà del mondo e soprattutto dell’Italia anche se la caduta del Governo e la corsa elettorale non trasmettono molto entusiasmo...
In quest’ultima settimana, dall’11 al 14 febbraio, ho partecipato ad nuova sessione di seminari distrettuali, ma – questa volta – nella provincia di Sofala, nel centro del paese. Perciò, con il coordinatore del progetto, abbiamo preso l’aereo per Beira (capoluogo della provincia) e da qui ci siamo distribuiti nei distretti dell’area che, rispetto alla provincia di Maputo, risultano molto più remoti e isolati. Ero stato assegnato a Gorongosa, assieme a tecnico Siquice, a 3 ore d’auto da Beira. Questa volta dovevo ero maggiormente coinvolto nel seminario, non solo come uditore ma come supporto al lavoro di Siquice nella raccolta dei dati, soprattutto viste le sue deboli condizioni fisiche causate, forse, da calcoli renali…
L’arrivo a Gorongosa, vicino ad un omonimo parco nazionale, mi ha dato subito un impressione di libertà e familiarità, in aperta campagna, con la possibilità di spaziare con la vista fino ai rilievi più lontani e un verde rotto solo dall’azzurro del cielo e dalla muratura di qualche edificio più robusto (o ex-coloniale). Il resto erano case in fango o capanne in canna palustre.
Questa volta i partecipanti al seminario erano esclusivamente uomini (i facilitatori) che normalmente si possono muovere con più facilità dalle loro comunità. Tutti molto timidi e composti, quasi sottomessi all’autorevolezza del mio collega, che nonostante i dolori si forzava di ascoltare tutti i resoconti e le singole esperienze, dando qualche indicazione quando richiesto.
Da parte mia ho cercato di sottolineare i concetti che Siquice tentava di trasmettere e di cogliere le informazioni che ogni tinto gli sfuggivano, nonostante il mio portoghese ancora tentennante... Credo di essergli stato utile e, visto che lui lavora normalmente a Chimono (la capitale della provincia di Manica dove dovrei trasferirmi per un po’ a lavorare), vedo positiva la sintonia creata.
L’ultimo giorno però Siquice era proprio dolorante, perciò è tornato subito a casa e il giorno dopo si è fatto ricoverare nella clinica di Chimono con l’intenzione di venire a Maputo per cure più approfondite. Purtroppo, il giorno seguente (ieri) ho saputo – con grande shock – che non ce l’ha fatta ed è morto! Dubito che fosse solo un problema di reni, probabilmente qualcosa di più grave che forse ci comunicheranno nei prossimi giorni. Però l’emoglobina era a 6, quindi le condizioni molto critiche!!
Non so come evolverà l’organizzazione del lavoro nei prossimi giorni, ma sto imparando a vivere la realtà giorno per giorno, come fanno i mozambicani, senza programmare troppo. Rimango sereno nonostante le molte incertezze e i fatti negativi recenti.
Sono in attesa di sapere la data per la discussione della tesi di dottorato per rientrare in Italia e rivedere alcuni di voi, sarà per qualche giorno.
Spero che questo breve resoconto vi aiuti un po’ a capire la realtà che sto vivendo, spero che ne seguiranno presto degli altri con maggiore capacità di analisi degli aspetti più profondi. A presto!
[1] L’indice di sviluppo umano (HDI) calcolato dall’UNDP tiene conto di 3 parametri principali riguardanti il livello di alfabetizzazione del paese, l’aspettativa di vita e il reddito pro capite. Per il Mozambico il parametro che maggiormente incide nel basso HDI è l’aspettativa di vita che, a causa del largo diffondersi dell’AIDS, è ridotta a meno di 40 anni.
[2] Certo, non bisogna dimenticare che l’impianto della città deriva dalla presenza coloniale portoghese che se n’è andata solo nel 1975, anche se la guida a sx rivela la presenza anglosassone presente a metà del ‘900 i compresenza con i portoghesi e – soprattutto – la influente vicinanza del Sud Africa (dove appunto la guida è a sx).
[3] Si tratta della seconda edizione del Plan de Açcão Nacional de Segurança Alimentar, la prima si era svolta (semrba con successo) dal 1998 al 2003.
[4] Farmer Field Schools (FFSs) o Escuelas na Machamba do Camponês (EMCs)
[5] Le province corrispondono alle “nostre” regioni, mentre i distretti sono equiparabili alle “nostre” province)
[6] Ricordo che il salario minimo di un operaio (guardiano, lavamacchine, cameriera, ecc) è di 1300-1500 Meticais al mese, lascio a voi calcolare quanto possa durare tale salario se ogni giorno se ne spendono 7 (minimo!) per il trasporto.

1 commento:
Non so come contattarti, qua nel blog non vedo un tuo indirizzo email così provo a lasciare un commento.
Mi chiamo Nicola e da due anni vivo in Cile con tutta la famiglia. Insegno all'università di Concepciòn ma sto cercando un lavoro qualsiasi in Mozambico. Conosci qualcuno che potrei contattare per un lavoro?
Saluti,
Nicola
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